Month: Novembre 2021

“Se puoi sognarlo, puoi farlo” (Walt Disney)

È un uomo che ci ha fatto viaggiare in mondi fantastici, uno dei più grandi maestri dell’intrattenimento di sempre e genio della creatività, star leggendaria dell’imprenditoria, capace di dar corpo ai sogni. Parliamo proprio di Walt Disney, il papà di Topolino.

Il 5 dicembre del 1901 nasce a Chicago Walter Elias Disney e nel 1909 la famiglia vende la fattoria, dove il piccolo amava ritrarre come cartoni i cavalli dei vicini, e si trasferisce a Kansas City. Il padre e Walt si alzano a notte fonda per la consegna dei giornali, riposava un po’ e poi andava a scuola.

Nel 1918 Walt Disney decide di arruolarsi nell’esercito per partecipare alla Prima guerra mondiale. Quando torna, vuole lavorare come vignettista per un giornale, ma finì a lavorare come ritagliatore di immagini presso la “Kansas-City Ad”, società che si occupava di animazione, dove conosce Ubbe Ert Iwerks, bravissimo disegnatore. Ottiene in prestito una cinepresa con la quale esegue degli esperimenti. Walt intuisce che se fosse riuscito a far muovere quegli inermi pezzi di carta avrebbe rivoluzionato il mondo del disegno.

Insieme ad Ub Iwerks e al fratello Roy, Walt Disney apre uno studio in cui realizzano i “Laugh-o-grams”, “Alice Comedies” e “Oswald The Lucky Rabbit”. Presentati i loro lavori alle case di distribuzione, ottengono rapidamente un contratto con la Universal che intuisce l’enorme potenziale economico.

La Universal a quel tempo era di proprietà di Margareth Winkler, donna abile nella gestione degli affari, che consentiva a Disney e Iwerks di ritenersi soddisfatti, anche sul piano economico. In quel breve periodo Walt e Ub assunsero diverse persone per mettere in piedi uno studio di animazione. Quando la Universal passò nelle mani del marito di Margareth, Walt e Ub vennero messi ben presto alle strette. A nulla valsero le discussioni che ne seguirono: legalmente “Oswald”, il fortunato coniglio, apparteneva alla Universal e Mintz aveva intrappolato Disney.

La produzione dei cartoni avveniva grazie ad un gruppo di animatori che Walt e Ub pagavano col denaro portato dai cartoni stessi; una volta tagliati i pagamenti non fu difficile per Mintz sottrarre forza lavoro a Disney. I soli a rifiutare di tradire Walt furono gli amici degli esordi, compreso Ub.

Il gruppo decide di reagire al ricatto creando un personaggio tutto loro. Semplicemente trasformando Oswald e ottenendo un topo. Ub realizza 700 disegni al giorno e viene creato Mickey Mouse. L’idea rivoluzionaria è quella di aggiungere il sonoro e farlo parlare.

E’ il 18 novembre 1928 quando nel Colony Teather di New York viene proiettato un film di guerra, seguito da un breve cartone animato. Il giorno dopo è il tripudio. La data per molti coincide con l’inizio della biografia di Disney, quel Walt Disney inserito nelle pagine d’oro del libro di Hollywood.

Riceve il suo primo Oscar (ne seguiranno altri 31) nel 1932 per il film “Flowers and trees”. Il primo grande classico della animazione Disney risale al 1937: “Biancaneve e i sette nani”. Nel 1940 apre i suoi primi studios in California a Burbank. Walt vuole costruire il parco a tema più grandioso mai visto: “Voglio che sia come nessun’altra cosa al mondo”. È il 1955 quando si decide il lancio di Disneyland e vengono realizzati i primi programmi per la televisione (tra cui Zorro): dieci anni più tardi Disney personalmente comincia a disegnare Epcot, un progetto per la vita nel futuro.

Il 15 dicembre 1966 muore a causa un collasso cardiocircolatorio e in tutto il mondo la notizia ottiene grande risonanza. Tant’è che il governatore della California Ronald Reagan dice: “Da oggi il mondo è più povero”. Infatti Walt Disney ha raggiunto tutto il mondo con le sue creazioni, emozionando e dando una morale.

IKEA è una multinazionale conosciuta in tutto il mondo, ma sapete la storia che ci sta dietro? Beh, sicuramente un uomo che si è rimboccato le maniche fin da bambino, ma che ha lavorato fino alla sua morte. Infatti disse:

 “Ho ancora un sacco di cose da fare: non ho tempo per morire” (Ingvar Kamprad)

Ingvar Feodor Kamprad nasce il 30 marzo 1926 in una piccola fattoria (Elmtaryd) in un antico villaggio (Agunnaryd) in Svezia, nella provincia Småland, nome che è stato poi assegnato anche allo spazio per i più piccoli negli store dell’azienda, dove Kamprad vi ha trascorso la sua infanzia.

Comincia a lavorare molto presto, ma più che nel campo agricolo, preferisce fare “l’imprenditore”: a 5 anni vende fiammiferi ai vicini per guadagnare qualche moneta. A 10, poi, fa avanti e indietro in bici nel suo quartiere vendendo matite, addobbi natalizi, biglietti d’auguri e altri piccoli articoli regalo e di cancelleria.

A 17 anni con una piccola somma di denaro, regalatagli dal padre per i suoi ottimi voti a scuola, malgrado una leggera dislessia, fonda la società IKEA abbreviazione di Ingvar Kamprad e di Elmtaryd e Agunnaryd. Inizialmente vende soprattutto orologi, calze di nylon e cornici, attraverso il sistema postale. Dal 1947 si dedicherà all’arredamento, rivendendo i mobili realizzati dai falegnami locali. Tutto comprando e vendendo low cost, non rinunciando alla qualità.

A 21 inizia nella sua impresa di vendere mobili per corrispondenza e a 27 apre il suo primo mobilificio, dando inizio alla nuova era dei mobili a basso costo: “Produrre a basso a costo per vendere a basso costo”.

In Germania c’è il Terzo Reich e sua nonna è una grande ammiratrice di Hitler. All’inizio dell’adolescenza Kamprad entra a far parte del “Movimento Nuova Svezia”, organizzazione di stampo fascista, partecipando attivamente alle riunioni. Dopo il successo, descriverà quell’adesione come “il più grande errore della mia vita”, arrivando a scrivere una lettera ai propri dipendenti, chiedendo loro perdono.

Kamprad realizza il primo catalogo IKEA nel 1951. L’obiettivo è arrivare a più consumatorie il primo showroom arriva nel 1953, ad Almhult. In una furiosa lotta con il suo principale competitor, Kamprad abbassa i prezzi in maniera radicale, facendo temere per la qualità dei mobili: da qui l’idea per lo showroom, che dà ai consumatori la possibilità di toccare con mano i pezzi in catalogo, prima di ordinarli. La politica dei prezzi stracciati, però, gli mette contro i fornitori locali, costringendolo a internalizzare il processo di progettazione e realizzazione dei mobili nel 1955.

Nel 1956 Kamprad vede un suo impiegato smontare le gambe a un tavolo, per farlo entrare nell’auto di un cliente, e così capisce che riducendo lo spazio delle confezioni, taglia nettamente i costi. Arriva così l’idea per i “pacchi piatti” di IKEA. Ancora oggi la maggior parte dei prodotti sono suddivisi e impacchettati in confezioni piatte, con uno spessore di pochi centimetri. Al cliente poi l’onere di mettere insieme i pezzi, assemblando i mobili direttamente a casa. È proprio questo il segreto del successo di IKEA: rendere la vita più difficile ai consumatori. Inoltre secondo i ricercatori dell’Harvard Business School le persone amano molto di più i propri prodotti quando riescono ad assemblarli loro stessi.

Kamprad apre il primo store nel 1958, diventando il principale negozio d’arredamento della Svezia. Dal 1970 è comincia ad aprirli in tutto il mondo, dall’Europa fino all’America e all’Asia, con più di 400 negozi e 190mila dipendenti. Nel 2018 ha avuto un fatturato di 1,8 miliardi di euro e, infatti, è l’impresa di arredamento più profittevole al mondo.

Quando muore nel 2018, il fondatore aveva un patrimonio stimato in 58,7 miliardi di dollari. Fu un uomo tra i più ricchi al mondo, ma sempre puntato al risparmio, proprio come la sua idea di business: “Che male c’è confrontare i prezzi sulle bancarelle e scegliere le cose più convenienti? O andare al mercato prima della chiusura, quando fanno gli sconti? Penso sia meglio passare per tirchi che buttare i soldi dalla finestra”.

Per 40 anni, Kamprad ha vissuto in Svizzera per evitare il regime fiscale più severo della Svezia. Solo dopo la morte della moglie Margaretha, nel 2011, Kamprad è tornato nel suo villaggio di origine, Agunnaryd, per stare vicino ad amici e familiari. Secondo FastCompany Ikea paga imposte a tassi di appena il 3,5%, al posto che 18% perché risulta essere controllata da una organizzazione non-profit, la Stichting Ingka Foundation, “dedicata a promuovere l’avanzamento dell’architettura e dell’interior design”. Nel 2017, la Commissione Europea ha annunciato un’investigazione sull’accordo fiscale, ritenuto illegale, che Ikea ha stretto con l’Olanda, sostenendo che dal 2006 al 2011 parte dei suoi profitti siano finiti in Lussemburgo “non tassati”.

Controversa è inoltre la fama che vuole Kamprad risparmiatore incallito, sempre attento all’essenziale e a non spendere nulla di più del necessario. Infatti per i suoi viaggi (fino ai 90 anni d’età) volava in economy o utilizzava una vecchia Volvo, chiamava i suoi impiegati “colleghi”, comprava frutta e verdura ai mercati, verso la fine della giornata, per ottenere prezzi migliori e spesso indossava vestiti dal mercato delle pulci. Nonostante questo Kamprad possedeva diverse ville lussuose in giro per il mondo.

Solo a 87 anni ha ceduto il suo ruolo al suo figlio più giovane, Mathias, ma standogli comunque accanto nelle decisioni aziendali e ha integrato nel gruppo gli altri quattro.

Molte volte, le persone iniziano con molte buone idee, ma poi non vengono eseguite. Perdono la purezza della loro visione. Finiscono per correre in tondo” (Jan Koum)

In questo articolo parlerò di un uomo che non si è mai scoraggiato e ha sempre creduto fortemente nelle sue idee, creando un business di successo mondiale. Jan Koum è un nome che non abbiamo mai sentito, nonostante la sua creazione ci abbia svoltato la vita. Infatti è stato il fautore di Whtsapp, e non Mark Zuckemberg, come molti pensano.

Jan Koum nasce in Ucraina in una famiglia ebrea nel 1976. Nell’allora URSS di questi anni c’è il Comunismo e questo, aggiunto ai problemi economici della famiglia, lo porta a scappare negli Stati Uniti insieme alla nonna e alla mamma all’età di soli 16 anni, inseguendo così il “sogno americano”. Grazie agli assistenti sociali trova un appartamento dove poter vivere dignitosamente. Intanto, per mantenere la famiglia, pulisce i pavimenti di un negozio, mentre sua madre lavora come baby-sitter, e riesce a diplomarsi.

Jan inizia ad appassionarsi alla programmazione e al il mondo di Internet, in pieno fermento in quegli anni, e inizia a studiare alcuni manuali delle biblioteche riguardanti questo argomento. Facendo piccoli lavoretti, riesce a mettere da parte un po’ di soldi e a frequentare la San Jose State University. Nel mentre, per mantenersi agli studi, lavora per la società Ernst & Young Security Tester, esperienza che gli ha permesso di conoscere Brian Acton (l’altro fondatore di WhatsApp), con il quale trova una forte affinità.

Durante il percorso di studi stringe una grande amicizia con un gruppo di hacker, tra cui anche i futuri fondatori di Napster. Dopo essersi laureato entra nel gruppo di Yahoo! insieme a Brian e, dopo ben nove anni in quest’azienda, decidono di dimettersi per poi cercare di entrare in Facebook, ma vengono rifiutati. Pertanto, decidono di investire in un loro progetto utilizzando il capitale messo da parte negli anni (circa 400.000 dollari) e un prestito di 250.000 dollari. Vogliono creare una app dove era possibile modificare la rubrica del telefono e inserire gli status: “sono in palestra”, “sono a lavoro” e via discorrendo. Jan dà così vita a WhatsApp il 24 febbraio del 2009, creando un servizio di messaggistica istantanea che in poco tempo divenne l’app più scaricata e utilizzata al mondo.

Il nome deriva dall’espressione inglese “Che cosa succede?”. All’inizio WhatsApp non funziona bene a causa del malfunzionamento con il sistema Android e IOS, di conseguenza Jan vuole arrendersi, ma Brian lo incoraggia a non mollare. Nel giugno del 2009 vengono lanciate le “notifiche push” (messaggistica istantanea e non più sms) e WhatsApp raggiunge 250.000 utenti. Brian Acton inizialmente è solo un aiutante per Jan, però quando include nella società i 5 amici ex dipendenti della Yahoo, convincendoli ad investire dei soldi, diventa ufficialmente il cofondatore di WhatsApp. In seguito Sequoia, trovando del potenziale, investe circa 58 milioni di dollari nell’azienda.

Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, rimane colpito dall’invenzione di Jan, che in quel momento afferma che 400 milioni di utenti attivi hanno utilizzato il servizio ogni mese e viene valutata 1,5 miliardi di dollari. Così gli offre 19 miliardi di dollari ma Jan Koum, indeciso, non gli rispose. Nel 2014, mentre Mark Zuckerberg stava festeggiando San Valentino con la fidanzata, arriva Jan per dirgli che avrebbe accettato l’offerta. Così firma il contratto con Zuckerberg, diventando miliardario con il 45% delle azioni di WhatsApp e un altro 20% delle azioni va a Brian Acton.

Nel 2018 lascia la compagnia e oggi è uno degli uomini più ricchi degli Stati Uniti con un patrimonio che si stima sui 9,7 miliardi di dollari.

 

“Se sei circondato da cose belle, e da maestri meravigliosi capaci di stimolarti, sentirai la bellezza anche dentro di te” (Oprah Winfrey)

Oggi parleremo di un grande Donna, dimostrazione che il tuo passato non definisce il tuo futuro e che ha fatto della sua imperfezione un’arma vincente, parlando dei suoi fallimenti solo come mezzo per migliorarsi. Ha scavalcato ogni tipo di discriminazione con il suo coraggio, la sua grande forza di volontà, il suo non arrendersi mai e ha fatto del suo futuro quello che voleva.

Oprah Winfrey viene abbandonata dai genitori poco dopo la sua nascita, viene cresciuta dalla nonna materna, in una famiglia povera in una fattoria nel Mississippi. Era una bimba sveglia, intelligente, divorava libri uno dopo l’altro ed aveva spiccate doti di orazione. Non poteva permettersi vestiti nuovi e alla moda, né tanto meno giocattoli e nemmeno l’acqua corrente, per questo veniva bullizzata a scuola. Come se non bastasse, al rientro a casa, doveva portare dei rami secchi che servivano a sua nonna per frustarla, quando voleva punirla.

A 6 anni va a vivere con la madre, che nel frattempo aveva avuto un’altra figlia e le serviva una baby-sitter per quando lei lavorava, dove passa le pene dell’inferno. In questi anni ricevette diversi abusi sessuali da parte di parenti e amici materni, provando anche a denunciarle, senza mai essere presa in considerazione. Purtroppo rimane incinta e il suo bambino, nato prematuro, vive solo due settimane. Questo le provocò una tale frustrazione ed un così profondo senso di colpa che prende in considerazione il suicidio. Per aggravare la situazione, ha dovuto subire le conseguenze del fatto che quelli erano gli anni della segregazione raziale e della tensione sociale.

Inizia a vedere uno spiraglio di luce quando Oprah Winfrey si trasferisce a 14 anni dal padre che nel frattempo si era risposato e si era rifatto una famiglia. Qui grazie alla rigida ma incoraggiante “rieducazione” da parte del papà ritrovato e della sua compagna Zelma, riceve l’amore che non gli hanno mai dato. Riesce a laurearsi all’Università del Tennessee in “Speech and Performing Arts”.

Nel 1971, grazie alla sua capacità di parlare in pubblico e di “tenere una platea” vince un concorso pubblico che le dà l’opportunità di condurre un notiziario in una stazione radiofonica locale. In seguito condusse un telegiornale, diventando la più giovane donna afroamericana a condurne uno a Nashville. Nel 1976 passa alla TV di Baltimora, dove gli viene imposto un intervento chirurgico per avvicinarle gli occhi e rendere il suo aspetto più appetibile e gradevole al grande pubblico, ma lei si rifiuta e viene licenziata perché ritenuta dal produttore non adatta alla televisione perché si faceva coinvolgere emozionalmente dalle storie che raccontava e il suo aspetto non rispecchiava i canoni di bellezza delle donne della TV.

“La chiave per realizzare un SOGNO non è focalizzarsi sul successo ma sul significato – E poi anche i piccoli passi e le piccole vittorie lungo il nostro percorso prenderanno un significato più grande”.

L’anno successivo passa a condurre un talk show mattutino, il “Winfrey Show”, che diventa uno spettacolo unico nel suo genere, tanto che in quattro settimane diviene il più seguito, facendo il record di ascolti, per i grandi temi sociali che tratta, spesso riferendosi al suo passato e dispensando consigli su come affrontare e combattere i propri demoni. Ospita molte celebrità e vince svariati premi nazionali. Il suo talk show, ribattezzato The Oprah Winfrey Show, andato in onda per 25 anni dal 1986 al 2011, è stato il programma più quotato della storia nel suo genere.

Forbes stima che il suo patrimonio 2,4 miliardi di dollari, di cui almeno 70 milioni sono devoluti per cause umanitarie internazionali. Seguendo queste cause ha dato vita a due organizzazioni caritatevoli, The Angels Network e The Oprah Winfrey Foundation, ritrovandosi nella storia di molti di loro:

Nel 2007 fondò in Sud Africa una scuola per ragazze povere ma con grandi potenzialità, alla sua inaugurazione ci furono molti personaggi famosi che diedero il loro contributo.

“Conosco la loro storia perché è la mia. Ero una bambina povera, vivevo con mia nonna, senza acqua né elettricità. Ma l’educazione ricevuta è stata fondamentale. La povertà non spegnerà la luce che brilla in queste ragazze. Loro cambieranno il volto di una nazione”.

Candidata due volte al Premio Oscar, nel 2012 ricevette il Premio umanitario Jean Hersholt, una particolare categoria dei premi Oscar assegnata per contributi eccezionali a cause umanitarie.

Oprah Winfrey è anche a capo di un piccolo impero editoriale e ha recitato nel film “Il colore Viola” (1986), con il quale ottenne una nomination per l’Oscar come miglior attrice non protagonista.

Soprannominata la “Regina di tutti i media”, è considerata tra le donne più potenti al mondo ed è stata classificata come afro-americano più ricco di questo secolo. Pertanto nel 2007, sostenendo Barack Obama alla Presidenza degli Stati Uniti, ha influenzato gli elettori per ben 1 milione di voti.

Oprah Winfrey

Questo articolo racconterà la storia di un altro personaggio che crea il suo successo dal nulla e che proviene da una famiglia di ebrei immigrati. Vi do un altro indizio: è un marchio di vestiti famosi in tutto il mondo. Indovinato? Esatto, proprio Ralph Lauren.

“La gente mi chiede come un ebreo del Bronx abbia potuto creare un brand di abbigliamento preppy. Deve per forza avere a che fare con la classe sociale alle quale appartieni o con i soldi? Per me si tratta di saper sognare.” (Ralph Lauren)

Ralph Lauren, all’anagrafe Ralph Lifschitz, nasce a New York nel 1939, anno in cui scoppiava la seconda guerra mondiale, da una famiglia di immigrati ebrei dalla Bielorussia. Ralph è il più piccolo di 4 fratelli e, dopo essersi diplomato, trascorre 2 anni nell’esercito. Successivamente trova lavoro come commesso nei magazzini Brooks. Da qui inizia a dare sfogo alla sua creatività creando nuovi stili per le cravatte e dando via ad una produzione che gli frutterà nel tempo un importante patrimonio consentendogli di creare il suo impero nel mondo della moda.

Nel 1967, dà vita alla sua etichetta, Ralph Lauren Corporation, scegliendo un nome ispirato ad uno sport che incarna un mondo di eleganza discreta e stile classico: il polo. Inizia come venditore di cravatte e designer della Beau Brummel, creando come prima collezione una linea di cravatte chiamata Polo che riscuote un successo immediato, nonostante fossero state create in controcorrente. Lauren infatti le disegna con creazioni larghe, fatte a mano, dalle tinte molto vivaci e ricche di colore, usando materiali insoliti, ricchi e flamboyant. Il primo anno le vendite ammontarono già a 500 dollari con clienti importanti e un piccolo show room nell’Empire State Building. Nel 1969 è il primo ad aprire una boutique per uomo all’interno di Bloomingdale’s a New York.

Nel 1971 crea la prima linea donna, la Ralph Lauren Collection, con una collezione di camicie di taglio maschile, reinventando il look maschile classico per lo stile femminile, dando vita anche il logo del giocatore di polo. Realizza vestiti di ogni genere, da abiti da sera creati rigorosamente a mano e blazer sartoriali a vestiti sportivi di lusso, includendo l’anno successivo anche accessori e calzature. Icone di questi anni sono le celebri polo in cotone in tantissime tonalità. Si iniziò a parlare di stile preppy che univa l’eleganza delle uniformi delle scuole private più prestigiose con la sportività dei look delle divise delle squadre sportive. Questo stile invade le strade di tutto il mondo ma fu protagonista anche della cultura, della cinematografia, di film come Il Grande Gatsby e Io e Annie di Woodie Allen.

A fine anni Settanta la Ralph Lauren si apre al mercato della profumeria con i marchi Lauren per le donne e Polo per gli uomini. Nel 1981 fu aperto il primo store all’estero, a Londra: ne seguiranno moltissimi in giro per il mondo, da Parigi a New York, al Giappone al Medio Oriente.

Al 1992 risale invece il lancio della linea Polo Sport che voleva unire prestazioni, vestibilità, eleganza ed innovazione tecnologica: nel 2014 infatti verrà creata PoloTech, con fibre d’argento intrecciate nella maglietta e una piccola “scatola nera” capace di rilevare svariati dati biometrici in tempo reale.

Ad essa nel 1996 si unirà anche la linea Lauren di Ralph Lauren dedicata invece ad un pubblico femminile più ampio, con capi dai costi più accessibili ma comunque di qualità elevata.

Tra le creazioni del brand che più hanno fatto parlare del brand c’è l’abito da sposa di Priyanka Chopra, per il matrimonio con Nick Jonas. L’abito ha richiesto 1826 ore di lavorazione, completamente a mano e sotto l’abito in pizzo totalmente trasparente c’era una sottoveste ricamata con 2.380.000 paillettes in madreperla. Nello stesso anno si aprirà un flag store sulla celeberrima Rodeo Drive di Los Angeles, primo negozio totalmente di proprietà dello stilista.

Ralph Lauren oggi ha espanso i suoi prodotti, creando anche vestiario per bambini e adolescenti, borse, scarpe, occhiali, articoli di gioielleria, jeans e denim e oggettistica per la casa. Ha anche aperto tre ristoranti (a New York, Parigi e nel Colorado) e un bar (anch’esso a New York) brandizzati Lauren. Non manca l’impegno filantropico in svariate cause di beneficienza portate avanti con la Polo Ralph Lauren Foundation.

Ralph Lauren, pur essendo un colosso mondiale, negli ultimi anni, già da prima della pandemia ha avuto un rallentamento delle vendite che ha portato ad un ridimensionamento del personale e alla chiusura di alcuni storici negozi, tra cui quello sulla 5th Avenue a New York. Il numero di dipendenti della Ralph Lauren nel 2020 è di 21.200. Infatti nel 2020 la società ha registrato profitti per 384 milioni, contro i 430,9 milioni dell’anno precedente. Attualmente è il secondo stilista più ricco al mondo, dopo a Giorgio Armani (patrimonio di 5,8 miliardi di dollari, dati Forbes 2017) ed è un maestro indiscusso della moda mondiale.

In questo blog, ho intenzione di farvi scoprire storie molto interessanti, riguardanti gli inventori di cose che ci hanno cambiato la vita, alternando passato e presente, in Italia e in tutto il mondo.